Il sole era tramontato, sulla terrazza una brezza da oriente accarezzava le guance. Dopo aver mangiato il gelato e aiutato a sparecchiare, Cristina si era sdraiata sul divano dove presto si era addormentata. Simona giocava con i suoi capelli e ci concesse la riservatezza di cui hanno bisogno due vecchi amici che non si vedono da anni.
Io e Simona ci saremmo separati presto. Avevo buoni motivi per intuire che era innamorata di un altro uomo. Ne avevo già parlato con lei, quindi non mi preoccupava il fatto che lei potesse sentirci. Non so perché ma avevo bisogno di confidarmi con lui, quasi come quella volta che la vigila di Natale ero tornato in oratorio dopo anni e mi ero confessato da Don Maurizio. Come possono i preti capire i problemi delle famiglie. Eppure avevo sentito il bisogno di dirgli tutto.
Così mi confidai con un vecchio amico ancora scapolo. Sì, l’uomo perfetto aveva avuto relazioni più o meno lunghe, più o meno stabili. Anche i preti magari hanno avuto le loro storie prima di consacrarsi. Morale della favola: ad un certo punto ebbi la sensazione che mi stessi confidando più ad un prete che ad un amico. O ad uno psicologo.
I preti che ho conosciuto io cercano di dimostrarsi empatici con i tuoi casini mentre glieli racconti. Ma alla fine mantengono sempre un’espressione serafica: non perdiamo la speranza, la Provvidenza provvederà. Mentre parlavo, gli occhi dell’uomo perfetto rimasero atterriti. Pensavo che con quello che stava succedendo con la crisi dei migranti, l’uomo perfetto fosse diventato capace di gestire qualsiasi impatto emotivo. Invece rimase lì, atterrito. Anche al termine del mio resoconto, i suoi occhi rimasero persi nel vuoto.
Ripensandoci in seguito, considerai l’ipotesi che stesse considerando il fallimento del mio matrimonio come un ennesimo cedimento del mondo in cui credeva. Il suo silenzio mi spaventò tantissimo. Ero partito in missione di salvataggio e invece ero riuscito solo a vomitargli addosso i miei problemi. Mi vergognai tantissimo.
Non arrivò una parola di conforto, il suo sguardo mi fece capire che in quel momento non ne ero io ad averne bisogno. Ruppi il silenzio per superare lo stallo: “è il monte Atlante quello della foto, vero? Mi è sembrato di riconoscerlo, era sulla rivista del Club Alpino Italiano qualche mese fa”.
L’uomo perfetto si risvegliò dalla sua trance e tornò a sorridere malinconico.
“Sì, è una cima del gruppo dell’Atlante. Ad ottobre sono stato a conoscere la famiglia di Aarifa. Abbiamo fatto un trekking. Le ho chiesto di sposarmi.”
Trascorse un altro interminabile silenzio. L’uomo perfetto mi scrutava per cogliere la mia reazione. Non sapevo cosa dire. Con un gesto molto ponderato, si alzò da tavola e sparì nella sua camera. Ricomparve dopo qualche istante con un corposo quaderno in mano.
“Aarifa è sparita due mesi fa. I suoi amici non sanno più dove sia. Pensano sia tornata dalla sua famiglia. Sono tornato in Algeria, i suoi parenti mi hanno chiesto di dimenticarla.” Mi porse il diario che teneva in mano: “ci saranno delle indagini, vorrei che lo tenessi tu. Fanne buon uso”.