Venni a sapere di questi video perché per caso comparirono sulla mia bacheca di Facebook qualche settimana prima delle elezioni. All’epoca ero incasinato con il nuovo lavoro ed effettivamente era da un po’ di tempo che io e l’uomo perfetto non ci sentivamo. Però mi dette molto fastidio venire a sapere di quel suo progetto in quel modo. Neanche Simona sapeva nulla. Il fastidio non fu dettato tanto da fatto che non mi avessero coinvolto – il batterista dei video era un amico di Enrico che faceva cose che io non sarei riuscito a fare neanche dopo anni di dedizione totale alla causa.
Ricordavo ancora le sere dopo le prove o dopo le date, quando fantasticavamo di quali effetti speciali avremmo usato nelle nostre esibizioni al Wembley. Sapere che aveva portato avanti un sogno senza di noi avremmo potuto accettarlo, ma il non averci detto niente era difficile da deglutire. Non era la prima volta che sperimentavo l’impasse del “tu-non-mi-hai-chiamato-sì-ma-neanche-tu-mi-hai-chiamato”. Forse tutto fu esasperato da quella stagione della vita in cui senti di invecchiare e ti arrendi di fronte alle grandi amicizie che si coltivano vedendosi solo un paio di volte l’anno.
Fatto sta che il boccone non fu deglutito per molte settimane. Fui anche risparmiato dall’imbarazzo di decidere se votare per un mio amico o no, visto che avevo preso la residenza nella città dove io e Simona avevamo studiato e lavoravamo, e questa città appartiene ad un’altra circoscrizione. Venne perfino da pensare che magari non ci avesse sentito perché tanto non eravamo suoi elettori. Pensai anche al progetto di qualche anno prima: avevo promesso di aiutarlo ma non ero riuscire a dare un contributo significativo.
Simona ed io ne parlammo con calma in macchina un fine settimana che decidemmo di tornare dai nostri genitori per comunicare ufficialmente che l’anno successivo ci saremmo sposati. Stavamo scrivendo messaggi agli amici in zona per concordare una cena o qualcos’altro. Dei nostri amici ci dissero che sarebbero andati al comizio/concerto dell’uomo perfetto e quelli del partito con cui si candidava. Decidemmo che avremmo fatto noi il primo passo per ricucire lo strappo e saremmo andati al concerto. Francamente era anche imbarazzante pensare di non invitare lui, Enrico e Vittoria al nostro matrimonio.
C’era molta gente, più di quella che mi aspettassi. C’era anche una troupe della RAI. L’evento conservava la genuinità degli eventi locali, ma era evidente che il Cavaliere ci avesse messo del suo. Anche se – bisogna ammetterlo – il logo aziendale non compariva da nessuna parte. “Hai due pass per il backstage?” gli scrissi a concerto finito. Vidi che il messaggio non era stato recapitato. Avrà il telefono spento, pensai, così decidemmo di avvicinarci. Nel retro del palco, di là dalle transenne, Vittoria stava sistemando la camicia all’uomo perfetto che si era stropicciata per via della stracca della chitarra. “Speriamo che tutto questo circo serva a qualcosa” – sussurrò Vittoria.
“Non posso perdere” – rispose l’uomo perfetto. “Io ho te.”
Simona spergiurò di averli visti scambiarsi un bacio veloce, ma io non riuscii a cogliere l’attimo. Il precedente scambio di battute me lo sono inventato dando credito alla sua versione.